Non nominare

Quand’è che un cristiano rischia la censura?
Quando la sua testimonianza di fede non si allinea al pensiero dominante.
Quando non parla di ponti e alleanze con l’Islam, quando sceglie di rivelare la verità.
E questo fa incazzare a morte bigotti e pagani.

Dalle pagine de La Repubblica, il Corriere, il Fatto si è arrivati a chiedere l’intervento del Papa contro padre Livio Fanzaga, dominus di Radio Maria, colpevole di affrontare l’argomento ‘pandemia’.
Volano i paroloni dei media contro il don: “vergogna, scomunica, licenziamento” e via belando.

Non sono sorpreso dalle reazioni furibonde né penso che padre Livio sia sorpreso, essendo uno che per amore della verità il ban lo rischia ogni giorno.
Ma in sostanza cosa ha detto?
Due giudizi: 1) Il virus è opera di satana; 2) Esiste una Élite che tramite il virus vuole comandare.

Anche se non credeste a nessuno dei due punti potete verificare quanto l’umanità sia sprofondata nella paura; la paura di ammalarsi o di finire in miseria, per esempio.
L’intervento di Fanzaga, se ascoltate bene, non è sull’ordine mondiale o su belzebù, ma un monito ad usare l’ATTENZIONE.
Usare l’attenzione invece della superstizione.

Quali sono oggi le superstizioni dell’uomo moderno?
Me ne vengono in mente alcune: credere alla corsa dei vaccini per motivi filantropici, credere alle aziende farmaceutiche come holding della beneficenza, considerare il business attorno alla scienza scevro da interessi economici.

L’attenzione deve essere rivolta ad una verità scomoda, ritenuta eversiva dai benpensanti.
Quale? Là fuori esiste un gruppo che agisce da unicum (diabolico) per controllare la fragilità altrui (qui il riferimento agli zombi, schiavi di un virus misterioso).

Se l’intervento di Fanzaga vi ha turbato allora è lecito rifugiarsi dietro lo slogan ”andrà tutto bene”, ma siete sicuri che il marketing rappresenti la soluzione alla pandemia?
Altro e altri premono perché la verità sia taciuta.
Davvero credete che in questa storia siamo tutti schierati dalla stessa parte?

Libero mercato

Riguardo “Krokodil i denti della droga” di Federico Bason

Questo Docuvideo è dedicato agli antiproibizionisti.
Agli antiproibizionisti di professione.
Non mi riferisco ai ragazzini che si rollano la canna o agli sballoni over 50 anni con la sindrome da “Grande Lebowski”.
Mi rivolgo ai professionisti del Free drugs, coloro che promuovono l’assioma «Liberalizzare le droghe significa sconfiggere le mafie».

Questi pseudointellettuali (uno fra tanti, Roberto Saviano) sperano che il libero mercato possa fermare la malavita, ossia che lo Stato una volta entrato nel business della droga (esso stesso divenga spacciatore) possa sconfiggere la criminalità sul loro terreno, il traffico degli stupefacenti.
L’antiproibizionismo ritiene la droga un “bene” come un altro, gestibile da comuni regole di mercato.
Peccato che una visione così surreale porti scenari da incubo.

L’esempio del Krokodil testimonia come la mafia medio-orientale (braccio economico dello Stato Islamico) abbia rimodulato nel mondo la domanda e l’offerta sulla pelle dei più disperati.
A nulla è valso l’intervento degli Stati, i governi, le politiche antiproibizioniste.
Quelli che sperano di liberalizzare/legalizzare/depenalizzare saranno i primi a passare da consumatori a consumati. Farsi mangiare dalle sostanze è solo una metafora?
Date un occhiata a “Krokodil i denti della droga” poi ne riparleremo.

Approfondimento:
Nel 2013 il programma tv “Le Iene” fece un inchiesta sul Krokodil, droga di nuova concezione.
Per la prima volta si mostrava in televisione gli effetti della desomorfina (Krokodil detto “Coccodrillo”, un mix di sostanze che cannibalizza l’organismo).

Il servizio de“Le Iene” rivolto ad un pubblico generalista potè solo accennare l’aspetto più sconvolgente della vicenda: la sorte dell’addicted (il consumatore di Krokodil).

In rete già circolavano video sulle aberrazioni causate dallo stupefacente.
Questi video sono tollerati dai gestori di contenuti: You Tube ad esempio li indicizza come “shock movie” (contenuti impressionanti) ma non esita a rimuoverli (gli identici video!) se vengono proposti come opera di denuncia.
Perché? Ci torneremo dopo.

Nel 2013 avevo editato questi filmati creando un documentario “Krokodil i denti della droga” che mostra gli effetti collaterali della desomorfina.
L’opera fu bannata da Youtube (contenuti inappropriati), non fu possibile rientrare in possesso dell’opera nè possedevo il file sull’hard-disk.
Mi convinsi di averlo perso per sempre.

L’estensione di un programma di download* oggi mi ha permesso di recuperarlo.
La risoluzione video è pessima, tanto che con il testo illeggibile si è reso indispensabile un editing delle scritte.
Adesso “Krokodil i denti della droga” è di nuovo in rete.
Torniamo alla domanda di prima:
Perché filmati identici hanno una sorte diversa?
Da cosa influisce il ban o la pubblicazione?

I materiali didattici/informativi causano al sito che li ospita due problematiche:
1) Poche visualizzazioni (minori introiti) rispetto a contenuti acchiappa like (i generi weird e shock lo sono).
2) Responsabilità di informazioni accurate, aggiornate, scientifiche, ecc che ricade sul sito stesso (facciamo un esempio: se su Cristoria.it ospito articoli in cui si afferma che la terra è piatta, Google mi assegnerà un determinato valore di attendibilità, condizionando la mia visibilità sui motori di ricerca).

Fa riflettere che insieme ai filmati del Krokodil siano visibili -su YouTube- videoclip musicali in cui si “cucina sciroppo blu” (codeina base) e i trapper lo usino per moltiplicare le views.
Gli algoritmi del web è come se dicessero: “Puoi mostrare, non puoi denunciare”.

Ritengo invece che denunciare sia propedeutico al comprendere. Comprendere cosa? Che la desomorfina sia un viaggio senza ritorno.

Il documentario “Krokodil i denti della droga” è disponibile a questo indirizzo, se il link non fosse attivo scrivetemi su Facebook (messaggio privato su Cristoria di Federico Bason), lo ricaricherò su altra piattaforma .
File disponibile anche per download e condivisione.

Ultima precisazione: i filmati provengono dalla Russia, oggi nel 2020 il Krokodil è presente in tutto l’Occidente. La droga NON nasce in Russia, NON è -come qualcuno scrive- un’ “invenzione” del Cremlino.
E’ stata creata in Medio Oriente per essere diffusa in Europa.
Dall’Afghanistan è approdata in Siberia* come atto di rappresaglia contro la Russia: Putin è l’unico governante ad aver combattuto i talebani, principali fornitori di eroina nel mondo.

*Una estensione Firefox chiamata Videodownload Helper: scarica perfino dead-link su You Tube.
*Ci sono testimoni che confermano il flusso dei mujahideen tra Afghanistan/Kazakistan fino a lambire la Siberia. Un tentativo della Repubblica Islamica (per fortuna non riuscito) di destabilizzare lo stato sociale russo.

 

Reality

Il Cardinale con l’idea del business, apriti cielo lo scandalo.
Il settimanale l’Espresso che monta il caso, atei devoti con la bava alla bocca.
L’obolo che in altre mani fu gettato nel letame, allora ok va tutto bene (vi dice qualcosa “Spin Time”?).
Preferisco un mediocre investitore che un fuorilegge dei centri sociali (ma l’Argentino dice niet).
Oggi si appicca un fuoco di paglia, complotti da due soldi, ci cascano dal primo all’ultimo.
La macchina del fango è pronta: la Chiesa contro sè stessa, come sempre: una mania di autodistruzione!
Che pena.

Eppure basta poco: il Cardinale non muove mossa, il Papa non muove mossa, tutto rimane quieto.
Eh no, dovete scalciare. Sembrate vecchie battone. Per farvi vedere, riconoscere, additare.
A chi dovete rispondere? All’Espresso? Ad Eugenio Scalfari? A Dio?
Quest’ultimo non è contemplato, presi come siete a gettare fango gli uni contro gli altri,
Assomigliate ai concorrenti di un reality tv, dove l’eliminazione del concorrente è la regola. Naturalmente davanti le telecamere, per la gioia degli spettatori.
Voi siete la Chiesa?

Gamification (2)

Parliamo di vincite e gratificazioni.
Immaginate di partecipare ad un gioco, il lancio di dadi per esempio.
La posta in palio è un premio in denaro o qualcosa che desideriate fortemente.
Le regole sono simili al Baccarat: se arrivate o vi avvicinate ad un certo punteggio vincete.
Se superate quel punteggio perdete.
Utilizziamo un solo dado e fissiamo il 6 come numero vincente, per assurdo facciamo finta che il banco non esista.
Vince chi si avvicina o arriva al 6, tutto chiaro?

Mettiamo caso che ci siano due giocatori, uno a Roma e uno Milano impegnati nello stesso gioco in due partite diverse.
A Roma il tizio lancia il dado e fa 6: che fortuna, ha vinto subito. Ritira il premio e se ne va.
A Milano un tizio lancia il dado e fa 1. Rilancia il dado e fa ancora 1, rilancia e fa 2. Il milanese non demorde e dopo un altro tiro totalizza 6. Anche lui ha vinto. Ritira il premio e se ne va.

Seppur il montepremi è lo stesso i due giocatori sperimentano gratificazioni diverse.
Tu cosa preferiresti? Vincere come il romano (esce il 6, vinci immediatamente: esplosione di adrenalina), oppure come il milanese (ti avvicini a tappe alla vittoria: stillicidio di emozioni)?

Sono certo che molti risponderanno: “Che domanda! Vorrei la fortuna di fare subito 6!”.
In realtà questa certezza è vera fino ad un certo punto. Siamo più propensi a legarci ad emozioni continue di salita/discesa, o meglio, è il nostro cervello che sceglie questa modalità.
Dite che non è vero?

Nel gambling gli addetti ai lavori hanno espresso tipologie di intrattenimento sempre più frenetiche.
La slot e sua sorella maggiore, la perfida VLT, sono giochi velocissimi.
Il giro dei rulli si esaurisce in pochi secondi, a preferenza del player può durare meno di un secondo.
Vincere jackpot, bonus, scatter (giri gratis) equivale ad una ricompensa emotiva (come totalizzare 6 su un lancio di dadi) ma ad innescare il piacere non è la vincita, quanto la ripetizione che ha portato ad essa (l’esempio del dado lanciato più volte).

L’esperienza salita/discesa di adrenalina è ricercata dalla mente umana, il conseguire velocemente una vittoria è solo un piacevole diversivo rispetto all’esperienza che più è duratura più si fissa nell’acquisizione del piacere.
Ok, direte voi, anche se le cose stessero così, a noi che ci importa?

Ci deve importare eccome, perché le regole della Gamification si applicano al mondo, a qualcosa che usiamo ogni giorno: i social network.

Conoscete Facebook, Instagram, Tik Tok? Certo che sì.
Facebook è considerato il social degli “adulti”; adolescenti e bambini preferiscono Instagram e Tik Tok. Le modalità sono identiche: lo scorrere velocemente foto o video, equivale a micro punture di serotonina, che fanno stare bene e invogliano a vedere più contenuti.
La modalità di “gioco” dei social sono identiche a quelle delle slot.
Non abbiamo neanche la scusa di un ipotetico montepremi da vincere. Il loop “like, see, answer” avviene spontaneo, funziona, eccome se funziona.

Una foto equivale ad una soglia di attenzione al massimo di 4 secondi, un video di Tik Tok al massimo 60 secondi (ci sono Tik Toker da milioni di visuals con video di 10 secondi!), contenuti Facebook di appena 5 secondi (i famosi “meme”).
La questione non è eliminare i social, togliere le slot o essere padroni del proprio tempo ma conoscere le regole del gioco.
Nel Gamification (parte 3) parlereremo della partita truccata di Ocasio Cortez, futura candidata alla presidenza USA.

Gamification (1)

Dai non addetti ai lavori il librogame (detto anche LG) è considerato il cugino piccolo del Role game (tipo D&D).
In realtà non è così. I librogame rappresentano mondi che, anche appartenendo al classico gioco di ruolo, sono unici nel genere.
Questi mondi si muovono sotto l’egida della “gamification”.

Spiego meglio: nel Role gaming la mission è incentrata sull’esplorazione (dungeons), l’uccisione dei nemici (dragons) e l’elevazione di classe (level e skill). Sarebbe riduttivo citarne solo alcuni: esistono migliaia di giochi e milioni di sistemi di interazione, diciamo che il bravo “master” è colui che offre location coinvolgenti, battle decisive per la sorte deila compagnia. Un lavoro di per sé titanico.
Lo scrittore di librogame condurrà invece un gioco nel gioco: gamification
Deciderà che tu (il personaggio che impersoni) possa entrare in una sala giochi. E scommettere. Il tuo alter ego gioca per te, tu con lui. E’ diverso da una partita di videogiochi, il cui scopo è vincere la sfida.
Nel LG quando si scommette si esalta (rinsalda) la partecipazione con il gioco stesso.

Nella realtà, dove il termine è stato coniato, la gamification ha uguale significato.
Pensa che la raccolta punti del supermercato, i premi in sorte dal benzinaio, le “lattine fortunate” della coca cola, sono espedienti: un gioco per invitarti a partecipare.
La regola vuole che tutto ciò che si fa tramite il gioco (divertendosi) assuma valore.
Ora sai che il LG è protagonista da sempre dell’incredibile rivoluzione.
(fine prima parte)

Pesca con la gru (serie Sortilegio)
Dal genio di Steve Jackson una pesca misteriosa. Al posto della gru una fata afferra i premi nella teca.