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Come detto nel “Cos’è Cristoria”, ho piacere di segnalarvi films, programmi, libri, ecc che hanno un senso, un messaggio. Ancora meglio se oltre a questo troviamo una robusta dose di risate, sembra incredibile, senza mai cadere nel volgare.

Dunque sere fa, ho avuto il piacere di ri-ri-rivedere “Non ci resta che piangere”.

Sto parlando di quel film degli anni 80, interpretato dai due assi della commedia, Troisi (RIP) e Benigni.

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Anche a chi non piacesse Benigni, in questa pellicola non può che trovarlo esilarante. I due comici insieme elaborano gags come i migliori Totò e Peppino (indimenticabile la scena della lettera, di sicuro un tributo al film del Pricipe De Curtis “La Malafemmina”).

C’è da dire che Benigni faceva ridere più allora, quando appariva spontaneo e meno “intellettualmente” schierato.

Su Troisi non aggiungo nulla, perchè la sua capacità di intrattenere e divertire è come al solito a livelli stellari.

“Non ci resta che piangere” a detta di molti è la miglior performance di stampo toscano/napoletano.

Tralasciando la trama, che potete leggere in ogni dove sul web, mi sembra interessante analizzare in chiave “sociale” le vicende dei nostri protagonisti (Mario interpretato da Troisi; Saverio interpretato da Benigni).

I due, nel trovarsi catapultati nella Toscana del 1500, assumono gli atteggiamenti classici di ognuno, quando si interagisce in un ambiente non familiare.

Mario è infelice, chiuso, e farebbe di tutto per scappare via. Saverio gongola, è curioso, da subito si trova bene.

In questi due approcci alla realtà si osservano i rispettivi risultati: Mario, spaventato, non riesce a superare le difficoltà; Saverio vuole sperimentare, ed è pronto ad immergersi nel nuovo.

Sarà l’amore a riscattare l’esistenza di Troisi, quando corteggia con successo la Sandrelli.

Benigni intanto è sempre più rapito dalle sue idee, convince l’amico, finalmente trascinandolo, che la situazione è tutta da sperimentare.

Il film è un susseguirsi di incontri, battute, situation commedy da far sbellicare lo spettatore (epico il dialogo con Leonardo da Vinci).

Alla fine rimane la certezza che i protagonisti abbiano compreso che non è il mondo ad essere ostile, ma il giudizio che loro danno di ciò che vivono, ad essere negativo. Fintanto che il giudizio è avverso, l’esistenza sarà pessima e perigliosa. Quando lo stesso giudizio si sospende, la realtà comincia a mostrarsi normale, né buona e né cattiva.

Ecco che il semplice vestirsi con gli abiti dell’epoca per Troisi era considerato paralizzante (non voglio, mi vergogno), per Benigni invece un diversivo, un opportunità (anzi, ne andava fiero).

Rivedere questo film è un rammemoratore di tutte le volte in cui ci troviamo con estranei, in un posto estraneo. Scegliere se vivere come Troisi o come Benigni, sta al significato di vederci chiusi soli, nelle nostre granitiche certezze, oppure liberi di muoversi e di avvicinarsi al prossimo.

Il giudizio non deve essere sulla percezione del singolo verso il singolo, ma giudizio di un opportunità, slancio di vita.

Sarebbe bello affrontare sempre la realtà, gagliardi come Saverio/Benigni, felici dell’incontro come riesce a Mario/Troisi.

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Non ci resta che ridere

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