L’appellarsi pedissequamente alla dottrina è il modo migliore per celare qualcosa. Che cosa?

 

Alla luce di una battaglia tra cosiddetti tradizionalisti e bergogliani, mi schiero con il papa.
Sono distante dal pensiero dei costruttori di ponti: combatto il matrimonio tra cattolicesimo e islam e ne detesto le politiche, pro immigrazione e progressiste.
Chi abbia letto due righe del blog, può sincerarsene.

Ma non tifo per la Chiesa ribelle, per i cosiddetti tradizionalisti, che ad ogni cambiamento scorgono il segno del demonio.
Che Francesco protestantizzi la fede non mi impressiona, che la porti dentro al futuro, non mi scandalizza, così dovrà essere. Vero che iniziare il cammino, riconoscendo a Lutero l’imprimatur del viaggio, sembra una forzatura, ma è l’inizio di una sfida.
Che Cristo si appresta a vincere.

I tradizionalisti disperano perchè -secondo loro- il cristianesimo è fuori controllo, è in pericolo. In realtà hanno paura di essere soli, di essere messi da parte.
Il carisma di cui dispongono sarebbe prezioso se –per esempio- fosse usato per commentare la bramosia di una parte di Chiesa (mi riferisco al business milionario dell’accoglienza).
Ma nessun tradizionalista ne parla, fateci caso.
Nessuno che si domandi se quell’ enorme ricchezza, spropositata, avveleni la fede, renda gli uomini malvagi. Corrotti.

I nemici di Bergoglio fibrillano, come dame al circolo del the, alla lettura dei dubia, rimpallandosi gli uni con gli altri la cultura vaticanista, la dottrina, la rava, la fava.
Silenzio assoluto sugli affari milionari dei centri profughi, simboli di decadenza dell’Occidente. Di una Europa scristianizzata.
L’elezione di Trump è l’occasione per giocare a carte scoperte, vedremo quanti, se la destra governerà l’Italia, faranno la cosa giusta.
L’attaccare il papa spesso è una maniera per distrarre, per fare lucrosi affari, e dividere in segreto i proventi del reato.

Due fronti
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