La curiosità dell’uomo verso lo spazio, l’esplorazione di pianeti è il suo innato desiderio di infinito.
Una fame che accomuna credenti e non, che si esprime con approcci diversi, ma rimane un punto incontrovertibile dell’esperienza umana.
Anche (sopratutto) in maniera inconscia: ci si domanda, tramite un film, o una lettura, quale sia il “dopo”.
Il nulla (come predica l’ateismo), oppure Tutto (come chi si affida ad una fede)?

La religione sembra essersi stancata di questo dualismo, opposto, litigioso.
Che si trascina da millenni, senza un punto di svolta.
E’ un mistero, quindi affascinante da meditare, molto meno da dipanare.
Per questo si sceglie la via più comoda: meglio parlare di barconi, di migranti.
Più facile dire che l’agonia del mondo è sulle spalle dei Cristiani, che dire ai Cristiani di sentirsi padroni della propria ricerca.
Quale ricerca?
La ricerca del Mistero.

Ho letto gli appunti degli Esercizi 2019, e ammetto che mai come quest’anno ho trovato la ricerca di quel Sé, vivo, limpido.
Tanta carne al fuoco, poiché mi sembra che lo studio sia focalizzato sulla domanda.
Molto CL delle origini, nulla sul “religiosismo” moderno (i ponti o l’avanspettacolo dell’accoglienza).

La lettera di una ragazza, per esempio, mi ha colpito:
racconta di venir fuori da un’esperienza positiva, bella. In cui ha percepito il senso Cristiano.
Poi torna alla vita di tutti i giorni.
E di quella esperienza non rimane nulla. Come ingoiata. Lei si sente spenta, torna la stessa di prima. Si affrontano le identiche difficoltà, l’aridità che la vita propone a getto continuo.

La risposta è concreta, tipica del modus giussaniano: andare a fondo dell’esperienza; domandarsi: “ciò che ho vissuto, l’ho vissuto al 100%?”.
Ci penso sù, è la domanda della ragazza a non convincermi.

Vorrei chiederle: sei sicura che quell’esperienza che tu consideri positiva, nonostante si sia esaurita nel tempo di quell’unica circostanza, non abbia –in qualche modo- cambiato il mondo che hai attorno?

La ragazza spiega: tutto è tornato grigio, piatto. Quindi la percezione è che la realtà sia rimasta lo stessa, ma –da lì si dovrebbe partire- la tenebra della quotidianità difficilmente viene squarciata.
Non saremmo noi forse troppo esasperati nel volere la “Rivelazione”?

Quello di cui sono convinto è che fare esperienza del Mistero, incide sempre la realtà circostante, forse non la cambia, ma la colora decisamente.
Quell’esperienza –se vera- rende meno oscura la gradazione della realtà (che purtroppo tende al nero).
Non è cosa da poco!

Il suggerimento che vorrei dare a quella ragazza è di considerare la realtà sempre collegata all’esperienza cristiana. Nonostante tutto. Nonostante il proprio Io. Non bisogna desiderare le “mirabilie” (accolgo, apro i porti, vedo la fratellanza dove non c’è) ma addestrarsi a percepire le gradazioni, a volte impercettibili, di una realtà che è sempre dipendente dal Mistero, e non viceversa.

Esercizi 2019

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