Un vero Cristiano

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Storiella trovata su internet, molto carina . Vale la pena metterla sul blog: nella piccola semplicità ricorda grandi cose.
A piacimento può essere interpretata con un gatto, un cane, qualunque animale vi vada a genio.
 
 
 
Un uomo camminava per una strada con il suo gatto. Si godeva il paesaggio,quando ad un tratto si rese conto di essere morto.
Si ricordò di quando stava morendo e che il gatto che gli camminava al fianco era morto da anni. Si chiese dove li portava quella strada.

Dopo un poco giunsero a un alto muro bianco che costeggiava la strada e che sembrava di marmo. In cima a una collina s’interrompeva in un alto arco che brillava alla luce del sole.

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 Quando vi fu davanti, vide che l’arco era chiuso da un cancello che sembrava di madreperla e che la strada che portava al cancello sembrava di oro puro.
Con il gatto s’incammino verso il cancello, dove a un lato c’era un uomo seduto a una scrivania.
Arrivato davanti a lui, gli chiese: – Scusi, dove siamo?
– Questo è il Paradiso, signore, – rispose l’uomo.
– Uao! E non si potrebbe avere un po’ d’acqua?
– Certo, signore. Entri pure, dentro ho dell’acqua ghiacciata.
L’uomo fece un gesto e il cancello si aprì.
– Non può entrare anche il mio amico? – disse il viaggiatore indicando
il suo gatto. 
– Mi spiace, signore, ma gli animali non li accettiamo.
 
L’uomo pensò un istante, poi fece dietro front e tornò in strada con il suo gatto.

Dopo un‘altra lunga camminata, giunse in cima a un‘altra collina in una strada sporca che portava all’ingresso di una fattoria, un
cancello che sembrava non essere mai stato chiuso. Non c’erano recinzioni di sorta.

Avvicinandosi all’ingresso, vide un uomo che leggeva un libro seduto contro un albero.
– Mi scusi, – chiese. – Non avrebbe un po’ d’acqua?
– Sì, certo. Laggiù c’è una pompa, entri pure.
– E il mio amico qui? – disse lui, indicando il gatto.
– Vicino alla pompa dovrebbe esserci una ciotola.

Attraversarono l’ingresso ed effettivamente poco più in là c’era un‘antiquata pompa a mano, con a fianco una ciotola.
Il viaggiatore riempì la ciotola e diede una lunga sorsata, poi la offrì al gatto. Continuarono così finché non furono sazi,
poi tornarono dall’uomo seduto all’albero.

– Come si chiama questo posto? – chiese il viaggiatore.
– Questo è il Paradiso.
– Be’, non è chiaro. Laggiù in fondo alla strada uno mi ha detto che era quello, il Paradiso.

– Ah, vuol dire quel posto con la strada d’oro e la cancellata di
madreperla? No, quello è l’Inferno.
– E non vi secca che usino il vostro nome?
– No, ci fa comodo che selezionino quelli che per convenienza lasciano
perdere i loro migliori amici.

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Solidarietà a Fiamma Nirenstein

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A ridosso della giornata della Memoria c’è ancora chi gioca all’assassinio, alla “persecuzione degli innocenti”. La mano armata è quella del disegnatore Vauro, la cui “arte” ha partorito una vignetta dal sapore antisemita e razzista, facilmente reperibile su internet. Oggetto della “purga stalinista” è l’On. Fiamma Nirenstein, per il solo fatto di essere di centrodestra (PdL), ebrea, e coprotagonista di un rapporto armonico tra MedioOriente e Israele. Vauro si è appellato alla scusa della “liberta di espressione”. Identica scusa, estrema destra ed estrema sinistra sono speculari, utilizzata a suo tempo dai neonazisti di Stormfront, noto portale anticattolico e antisemita.

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Il disegno incriminato ricorda in maniera inquietante le vignette infami della Germania nazista. Dipinge l’ebreo come brutto, sporco e con il naso adunco. E’ un insistenza, a voler suggerire al lettore un obiettivo da odiare e combattere.
Vauro è ospite di un programma nazionale a larghissimo audience, ben remunerato, si prodiga anche a far uscire libri e libretti delle sue “opere”. Vanta molti contratti tra quotidiani e riviste di fumetti.
Ben vengano i comici, i fumettisti, gli intrattenitori, ma dobbiamo per forza incentivare con denaro pubblico il razzismo e l’antisemitismo?

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Big Time: fortissimamente Fortis

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Se Steve Jobs fosse stato un musicista, e avesse avuto i Natali a Milano, il suo nome sarebbe Alberto Fortis.
Si, perché il cantante lombardo eguaglia/eguagliava il compianto  “visionario di Cupertino” per genio e creatività, ma anche per il carattere bizzarro, fino a rasentare la misantropia.
Non è strano che a me, romano, piaccia la discografia di Fortis, specie quella giovanile: “ti dirò”, “due file”, “qui la luna”, “la grande grotta” e tante altre. Briose, struggenti, poetiche: ammaliavano il pubblico con l’efficace semplicità dei testi;  alcune di esse apparivano brutali, arrivando al dileggio, pur di non passare inosservate.
Come non dimenticare la hit sul perfido Vincenzo (“Milano e Vincenzo”), verso cui Fortis introiettava il rancore per la “gens romana”.
Quelli che comandano (“ma guardatevi, a dottori! Siete molli come i fichi..” strofa di un’altra celebre canzone) venivano dipinti dall’artista, come inutili e lontani: un grido di dolore motivato dalla residenza delle case discografiche a Roma, che non offrivano contratti o opportunità.
Da qui, in forma di provocazione, nasce il biasimo di Fortis verso la Capitale, riuscendo a regalare agli ascoltatori delle sincere risate (quante volte, collocazione geografica a parte, ci siamo sentiti perseguitati dal Vincenzo di turno?).

 

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Nasceva un casus belli. Non tutti coglievano l’ironia: le provocazioni del cantautore (cosa buffa, simili alle invettive lanciate negli stornelli trasteverini) mandarono su tutte le furie chi non aspettava altro che questo.
La storia racconta (nel senso che si narrava l’episodio, wikipedia non era nemmeno in essere) che Fortis all’apice del successo, pubblicate le canzoni su una certa romanità, dovesse far promozione nelle radio della Capitale.
Ebbene, giunto da Milano a Roma in aereo, fu bloccato da un tizio della casa discografica, che, nervosissimo, lo convinse a riprendere seduta stante il primo volo per Milano.
Lì a due passi, fuori dall’aereoporto, si aggiravano 4 picchiatori (all’epoca così erano chiamati i fascisti) volevano “dare una lezione” al cantautore, reo di mettere alla berlina stereotipi e conformismo.
A distanza di 15 anni la Lega Lombarda, su quelle canzoni, costruì una piattaforma elettorale, stravolgendo la protesta personale di “a voi Romani” in un ideologia razzista e populista.
Da sottolineare che Fortis non è mai stato leghista, ha sempre preso le distanze da Bossi e co., e questo gli fa onore e merito.
Il suo modo di inveire -spiegò ai fans sul libretto del cd “L’uovo”- impersonificava un “mal di pancia” esistenziale, e non un bieco progetto antimeridionalista.
Come il geniaccio di Cupertino, cacciato dall’azienda che lui stesso aveva creato, la Apple, il cantautore scontava -nel bene e nel male- il saper anticipare mode e tendenze.
Oggi è Marco Mengoni a ricevere la palma del dissacratore, del cercatore di strofe “matte”. C’è da augurargli più fortuna di Alberto Fortis, che non siano mille “Vincenzo” a sbarrare la strada. Quando c’è talento, c’è voglia di fare,  loro si mettono di traverso, “troppo stupidi per vivere, troppo stupidi per amare”.

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Memoria

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Un ottimo spunto di riflessione, questa domenica, da parte di Carras.

Ha parlato di conservare la memoria storica. Che deve essere messa avanti,  anche al desiderio di accumulare denaro e cercare riconoscimenti.

Portando l’esempio degli ebrei in Israele.

Che cosa ha salvato quella comunità dalle prove cruente del ventesimo secolo? La sua memoria storica.

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Il “chi siamo” non è mai stato dimenticato, ancora oltre,  viene tramandato da generazione in generazione, tramite un linguaggio comune: la Bibbia (Antico Testamento).

Soltanto questo ha fatto si che il popolo ebraico passasse rafforzato nei secoli (“fino a cacciare l’aggressore, dal nazismo in poi” viene da aggiungere).

E’ una esortazione per la comunità del Lazio e di Roma: Dio ama le cose piccole, vede nelle nostre opere, una volontà di costruire e di migliorarsi.

Molto appropriato l’accostamento con Israele: in un fazzoletto di terra, la nazione più impavida combatte per esistere ed essere rispettata.

Il percorso della memoria, fatto da singoli passi, deve essere compiuto insieme. Chi avanza, viene seguito da quelli indietro: un cammino  che tramanda il sentire comune, così misterioso perché appare sempre unico e originale.

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