Charlie

 

jesuis

Per Charlie.
Che siamo noi.
Noi che siamo Libertà,
Democrazia,
Occidente.
Noi che non siamo come voi
Noi che abbiamo già vinto
E per altri 2000 anni vinceremo.

l’impossibile

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Che stai combinando? chiede mio padre, che sottintende chissà quale marachellata.

“Ho quasi finito il terzo audiolibro” rispondo soddisfatto, con un sospiro aggiungo: “mi rendo conto però di essere stato doppiato. Il classico esempio di realtà che supera la fantasia”.

Beh, diciamo che il terzo capitolo (audiobook) dell’Agnello è fantasioso, ma fino ad un certo punto. Gli eventi descritti, legati al terrorismo e l’estremismo religioso, sono terribilmente reali. Se i primi due audiobook (L’agnello e La scommessa) erano legati a strutture immaginarie, quest’ultimo è ancorato alla cronaca quotidiana.

O almeno credevo.

il titolo del post doveva essere “Più. Più.Più.” Ossia: più cattivo, più estremo, più weird (strano).

Sconsolato, a tavola con i miei, confesso: “Niente da fare. Ero certo di aver inscenato chissà quale storia tenebrosa, ma sono stato battuto.”

“Battuto? da chi?” chiede mio padre

Dalle ultime notizie che vengono dal Pakistan. Basta questo per far impallidire le pratiche che ho descritto nel racconto.

Mi riferisco alla notizia del giorno: l’attacco talebano contro una scuola elementare, in cui oltre 500 bambini hanno perso la vita, giustiziati sommariamente.

“Impossibile descrivere quel livello di cattiveria” mi lamentavo “Sono stato saggio a voler chiudere la storia, rendendola una trilogia. Non è umano arrivare all’odio covato dai talebani, ecco perché è così difficile calarsi nel loro mondo”.

Nonostante ancora adesso sono certo che faranno di più e molto peggio, non bisogna fare come gli struzzi, mettere la testa sotto terra.

Il terzo capitolo de l’Agnello, chiamato “Resurrezione” è deputato oltre ad un solido entertainment, a spalancare le coscienze. Una serie di verità che chi ne verrà a contatto, potrà farsi un idea libera da comodi buonismi .

Resurrezione descrive la storia del Boko Haram e dell’Isis, rivelando pratiche e  patti a cui sono asserviti. Il progetto di muovere guerra all’Occidente è svelato, non più oscurato dalla nostra stampa, che tende a minimizzare (coprire?) l’escalation.

Alcune parti si evolvono volutamente in fantasy, ma rimane una fotografia concreta del pericolo che l’Europa sta attraversando, rinnegando le sue radici religiose (giudaico/cristiane).

Se non avrete paura di sporcarvi con il veleno dei terroristi, tramite “Resurrezione”, verrete a conoscenza di come potremmo (o non potremmo più) salvarci dalla loro avanzata.

Mi sto dando da fare affinché -in primavera- l’opera sia distribuita gratis (sembra pazzesco, ma oggi anche per regalare qualcosa c’è una impressionante trafila burocratica).

Ritengo che tutti debbano accedere ad un racconto originale ed allo stesso tempo un affilato dossier su ciò che il Boko Haram e l’Isis ha in serbo per noi. O noi per loro.

 

Ragazzi cattivi

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Il libro che segnalo è uno di quelli che ho sfogliato per curiosità e poi ne sono rimasto affascinato: trattasi di “ragazzi cattivi” di Don Burgio.

“Questo prete ho come l’impressione sia di Cl” continuava a ronzarmi la (quasi) certezza, nel divorare un capitolo dietro l’altro.

Il libro è una raccolta di esperienze di ragazzi “difficili”, che dopo aver condotto una vita criminale sono finiti in carcere. Successivamente sono stati accolti  nella Comunità di don B.

All’inizio lettura ero scettico, perché pensavo al solito pistolotto del tipo “La fede ti salva”, oppure “senza fede finisci in questo o quel modo”, invece ho letto delle cose originali, e ne sono rimasto colpito.

Innanzitutto il libro è una autobiografia di un pezzo di vita di alcuni giovani, che narrandosi in prima persona, spiegano come siano diventati vittime e carnefici di loro stessi.

I ragazzi del libro sono sia italiani che stranieri, non c’è traccia di buonismo o facile autoassoluzione, parlano crudemente di rapine, spaccio, omicidi, e con la stessa determinazione raccontano il loro modo

di giudicarsi ora, che si sono lasciati alle spalle quegli errori.

Perché ho detto che il prete mi sembrava un ciellino? Perché Don Burgio fa riferimento, tramite le parole dei suoi ospiti, all’importanza del giudizio, non quello che gli altri danno di noi, ma quello che si deve dare di se stessi, attuando una spinta emotiva per cercare il vero senso della vita.

A leggere le testimonianze dei ragazzi, infatti il termine “cattivi”, perde significato, piuttosto si comprende quanto sia sballato il metro di paragone nell’ esistere, togliendone densità e significato.

Cose, cose, cose. Sembra questo l’ossessione di chi, giovane o giovanissimo, finisce dietro le sbarre. Accumulare, comprare, possedere cose. Per trovarsi alla fine al punto di partenza. Non sapendo a distanza di 5, 10, 15 anni di reati, qual’è il proprio posto nel mondo.

Altro particolare interessante: gli educatori della comunità di don Burgio, hanno un particolare approccio verso i casi disperati. Dal racconto di uno dei suoi ospiti, che faceva dentro e fuori, dai centri di accoglienza, scappando appena poteva, nel momento che fu assegnato alla Comunità di don B., venne portato direttamente alla stazione ferroviaria. Alla perplessità del ragazzo, che non capiva perché lo avessero condotto li, addirittura dandogli le spalle, uno degli educatori rispose:

“Guarda, noi abbiamo tanti casi a cui pensare, e il tempo è limitato. Quindi se vuoi scappare, fallo subito. Non ti fermeremo. Così possiamo dare un opportunità ad una persona che vuole cambiare veramente”.

A quella presa di posizione il ragazzo tentennò: come era possibile? prima era abituato a qualsiasi espediente per darsela a gambe e ora questi lo lasciavano li, libero di dileguarsi? Volle andare a fondo della questione: “ok ho deciso, vengo con voi. Voglio vedere se ne vale la pena”. Da quel momento la conoscenza con Don Burgio cambiò la concezione che aveva della vita.

L’”andare a fondo sulla questione” mi ricorda le sdc di Carròn, sull’unica maniera di rendere autentico il percorso.

Trovate anche delle trasmissioni-talk show, di questo don veramente “tosto”, reperibili su youtube, dove ragazzi e vips si raccontano.

Luna park

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Dagli appunti, l’esempio del luna park. Mi è rimasto in mente, perché se una realtà si racconta caramellosa, diventa indigesta, anche se è vera. Ma se è vera e proposta adeguatamente, ecco che può rimanere in mente (scendere nel cuore?).

Quindi niente canti con vocine in falsetto, niente chitarre che fanno i soliti due accordi, con annesso ritornello: “Il Signoreeee ti amaaa la-la-laaa”. A queste robe, rispondo mentalmente: “lo so già, grazie”. Uno stile un po’ così, anni 50, che a sentirla oggi corri il rischio certo: che ti venga un attacco di diabete.

Poi invece si può utilizzare la ragione, e qui subentra l’esempio del Luna Park.

Vado a braccio: Un bambino piccolo viene portato in un grande parco giochi, un luna park che offre luci, colori, divertimenti, simile ad un Gardaland, o ad un Disneyworld.

E’ estasiato, si diverte, vuole provare tutte le giostre, le prova. In una parola: è felice.

Forse, nell’eccitazione non si accorge che è condotto dal padre, che lo tiene per mano e lo accompagna in quel mondo affascinante.

Tutto appare perfetto. Tutto è perfetto.

Cambiamo evento, con l’identico scenario.

Il bambino è dentro il Luna Park, stavolta è solo. Certo, i divertimenti sono sempre a portata di mano, però è inquieto, si sente smarrito, vuole scappare via.

Quegli intrattenimenti che lo facevano esclamare di gioia, ora non sembrano invitanti. Si stagliano minacciosi.

Eppure nulla è cambiato, perché ha paura?

Una metafora costruttiva di come ci accompagniamo (o come scegliamo di non accompagnarci) con il Mistero.

Se il nostro è un si, la nostra mano (piccola piccola, inutile nasconderlo) incontrerà sempre una mano (la mano) che vuole stringerci.

Se decideremo di camminare da soli (perché ci sentiamo autonomi, perché ci sentiamo liberi, perché siamo distratti) dovremmo fare i conti anche con il Luna park, della rapidità con cui si trasforma in un posto tenebroso.

Non dipende dalla luce o dal buio, dalla folla o dalla solitudine, ma da una Presenza che può accompagnarci.

Il gioco della vita, è riconoscerla o meno, prima anche di riuscire ad accettarla.

Altre considerazioni random sul Luna Park:

Nota come si parli di “riconoscere la Presenza”, non necessariamente si riconduce allo sperimentare/ottenere un miracolo.

Oggi c’è una sovraesposizione di miracoli. Sovrabbondanza? Inflazione? (è un genere in voga tra i protestanti, loro fanno scuola), come ti giri ti giri è tutto un parlare di miracoli, IL miracolo, un miracolo, miracoli seriali. Il quotidiano è una declinazione di miracoli all’infinito. Dove anche il gesto più razionale diventa frutto di… un miracolo. Personalmente non mi dispiace. Fermo restando che non vivo la vita come “rincorsa al miracolo”, tipo febbre dell’oro, capisco però come chiunque abbia bisogno di “soprannaturale”.

Mi è viene in mente un ragionamento di Galimberti, ascoltato in tv, che analizza ciò che sta accadendo: “la gente non ha più voglia di dogmi, di regole, nel vivere la fede. Ha voglia di sacro, di un qualcosa che trascenda il reale, quel reale oramai così noioso da vivere”.

Ecco spiegato perché i miracoli (giustamente) sono diventati la norma per il buon cristiano.

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Il Luna park è un posto divertente, spensierato, dove -siamo sinceri- tutti noi vorremmo collocare la nostra vita, oppure se siamo stati bravi/capaci/fortunati l’abbiamo già fatto.

l problema è uno, e non è riconducibile a Dio, alla sorte, a quello che vi passa per la mente.

il problema si chiama tempo. Ossia, per quanto possiamo sforzarci di divertirci, di migliorarci, di preservarci, quel benedetto luna park, potrebbe diventare oscuro. A volte si entra in una dimensione che certo non puoi dire: “Woww! Mi sto divertendo un casino!”

Dunque il luna park, quel giorno o quel momento, diventa tetro anche se ne abbiamo fatto la nostra residenza.

Cosa capiterebbe allora se ci trovassimo in un posto orribile, tipo foresta stregata (ostacoli della vita)?

L’utilitarismo deve spingere l’uomo a gridare “Dio è grande”, ancora prima della fede. Perché concretamente è meglio avere a fianco a sé un amico invincibile, che farsi sorprendere da soli.

Sia che vi troviate al Luna park, sia che vi troviate in mezzo ai rovi.